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Intervista con il campione

I portici di Piazza de Ferrari sono ormai quasi vuoti, è un po’ tardi e la gente è a prendere un aperitivo oppure già a casa a preparare da mangiare. Siamo appena usciti dalla Sala Rappresentanza della Regione Liguria, per la conclusione della settimana della mobilità: si è parlato di sicurezza con Marco Scarponi. Tra i relatori, magistralmente condotti da Marco Pastonesi, c’è una persona che al Ciclismo, e alla nostra nazione, ha dato molto negli anni. E’ un grande campione, ma colpisce la sua affabilità e disponibilità, e a stargli vicino sei più tu a sentire un timore reverenziale, lui è assolutamente “normalissimo”. Si chiama Alessandro Petacchi, Alejet.

Ciao Alessandro, spesso i grandi campioni come te sono visti unicamente dal lato sportivo. A me piace “inquadrare il personaggio”. Un po’ della tua vita oltre il ciclismo. Le tue passioni, le tue occupazioni, i tuoi interessi.
Ciao Andrea, intanto scusa il ritardo. Dunque, a parte il Ciclismo come grande passione, mi piacciono altri sport, ma in particolare, più che lo sport in sé, sono affascinato dagli atleti; per atleti intendo quei fuori classe, cioè quelli che hanno un qualcosa di cui madre natura li ha dotati. Per esempio seguo Federer, posso seguire Tiger Woods, Ronaldo, Michael Phelps, così come seguivo Tomba ed altri; per farti capire, quando in giro si presenta un nuovo talento, qualunque sia la disciplina, io lo seguo e lo studio. Per quanto riguarda le mie occupazioni, ovviamente sono tutte attorno al ciclismo, ad esempio come testimonial di varie aziende di biciclette e di vestiario tecnico; poi ho allenato alcuni professionisti e avevo cominciato a collaborare con la Rai come commentatore tecnico. La cosa mi piaceva molto e stavo prendendo il ritmo giusto, ma come sai ho dovuto fermarmi, nella speranza di poter tornare ad anno nuovo.

22 vittorie di tappa al Giro d’Italia, 6 al Tour de France e 20 alla Vuelta a España. La più bella, quella che avresti voluto vincere, quella che hai ringraziato di essere arrivato.
Io ne conto sempre 27 di vittorie al Giro, perché sai che 5 mi sono state tolte per il caso salbutamolo, ma corridori che hanno avuto lo stesso mio problema sono stati assolti. Purtroppo io ho pagato molto in tutti i sensi, sia come carriera, che economicamente. Comunque tra tutte le 53 di sicuro la più bella, la più emozionante, è stata la prima di tutte quante al Giro 2003, a Lecce, davanti a Cipollini in maglia di campione del mondo. Indossai anche la mia prima maglia Rosa quindi non potevo chiedere di più.

La Milano – Sanremo. La classica regina, checché se ne dica. La più lunga, la più imprevedibile, noiosa o avvincente, dipende. Tu l’hai vinta, cosa ti ha lasciato?
La Milano-Sanremo è la gara che ho sempre sognato da bambino. Arriva nella mia regione, l’ho seguita per anni, alla mia prima partecipazione ero emozionatissimo. Quando invece, nel 2005, partivo da favorito, non vedevo l’ora di partire ed arrivare in riviera ed entrare in quell’atmosfera di tale concentrazione da non sentire più niente intorno a te. Mi sentivo in grande confidenza con il mio corpo e la bici, ero concentratissimo di non sbagliare nulla perché in una corsa di quasi 300 km non puoi permetterlo. Il giovedì ero partito da casa e sono sceso dalla macchina prima del capo Berta: ho fatto 2 volte la Cipressa e 3 volte il Poggio; ogni volta tornavo in via Roma. Mi sentivo veramente bene, continuavo ad ascoltarmi e a pensare che dopo 2 giorni sarei potuto essere lì a disputare la volata più importante della mia carriera, quindi me la ero sempre immaginata quella vittoria e quanto sarei potuto essere felice, contento ed orgoglioso se l’avessi vinta; ebbene posso dirti che non è stato così, ma molto molto di più. Dopo l’arrivo, con tutta l’adrenalina che avevo, avrei continuato ad urlare dalla felicità e l’emozione per ore; ti giuro che la sera avrei voluto che il giorno dopo ci fosse un’altra Milano-Sanremo. Sono riuscito, negli anni, a piazzarmi più volte tra i primi: ero contento lo stesso perché sapevo quanto era difficile vincerla e soprattutto dopo che nel maggio del 2006 mi ero rotto la rotula sinistra. Anche se ho vinto tanto, anche dopo la frattura, fisicamente ho sempre avuto molti problemi.

La nostra è una regione con pianura e salita. Completa. Come mai i ciclisti liguri, a parte
qualche esempio lampante come Bonifazio e Raggio, fanno fatica a sfondare nel
professionismo? Cosa ne pensi del ciclismo ligure in generale?
Sai, non credo dipenda molto da dove cresci e ti alleni, perché possiamo avere esempi di tanti corridori che hanno fatto grandi cose, ma sono nati e cresciuti in pianura. Ormai le squadre sono molto organizzate e con i continui ritiri si allenano a temperature più miti e con molte nuove tecniche di allenamento che hanno grandi risultati. Ovvio che il ciclismo Ligure non è quello Toscano o Lombardo, ma alla fine penso che sia solo una questione di cultura e denaro.

Cosa è per te la bici ora?
Per me la bici adesso, come lo sarà per sempre, è grande passione, divertimento e un mezzo per tenermi in forma, cosa che al momento non sto facendo, ma che ho intenzione di riprendere.

Hai qualche giro da consigliare a chi vuole andare in bici nella Liguria di Levante?
Sicuramente la zona delle Cinque Terre, partendo da La Spezia. Credo che sia un paesaggio
stupendo: per esempio, il percorso della Gran Fondo di La Spezia ne fa una parte.

Per chi ha vinto ad alti livelli come te la bici è sempre stato il mezzo per fare sport, la vedi anche come sviluppo per una vera mobilità urbana? Si finisce, inevitabilmente nel concetto di sicurezza…
Ovvio che per me la bici è stato altro, però per il mondo in cui viviamo, che l’uomo sta rovinando giorno dopo giorno, qualsiasi strumento che possa ridurre l’inquinamento per salvare il pianeta ritengo che vada bene; ma come dici tu si sfocia per forza nel mondo della sicurezza e qui come ben sai si potrebbe aprire un mondo nuovo, visto le migliaia di morti che ci sono ogni anno per incidenti a chi utilizza la bici. Quindi sicuramente sarebbe più salutare per tutti, però se fosse più sicura anche la strada.


Author: Julius.kusuma
CC BY-SA 3.0
Published inCiclointerviste

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