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Sanremo – Firenze, un legame a colpi di pedale

Alessandro e Dario Pegoretti

Firenze è la città del Rinascimento. Passeggi nel centro di una delle città più importanti del mondo per musei e opere d’arte, centro, dalla fine del 1400, di una Rinascita culturale, tecnica e storica. Girovagando per le sue vie è molto probabile capitare in una piazzetta, una di quelle che fanno da contorno alla stupenda Piazza del Duomo, una di quelle che quando tiri su il naso vedi i colori della cupola che colorano uno spicchio di cielo. E’ Piazza Brunelleschi.

 

 

L’officina

, incastonata tra le mura di palazzi che circondano la piazza trovi un’entrata, a protezione c’è un cancelletto con al centro le lettere AFA. Lì devi entrare, proprio lì. Scendi le scale e si apre un mondo. Macchinari, telai, manubri, serie sterzo, maglie d’epoca, libri sulla bici,foto,giradischi. Bottiglie di vino, di birra e di alcol etilico, guanti, una scrivania per decidere insieme che bicicletta desideri.

Alessandro è di Sanremo, estremo Ponente Ligure, non a caso le sue bici sono firmate “Ciclostile Fanchiotti Firenze-Sanremo”, ma il centro di creazione è principalmente Firenze. A Sanremo di solito si portano le bici ordinate e finite.

Alessandro, cosa è per te la bicicletta?
Per me la bicicletta? Beh, la bici per me è banalmente libertà, libertà di movimento e di espressione. Inizialmente è libertà di movimento: da bambino è un modo per muoversi in una piccola cittadina di mare nei primi anni 80 in maniera veloce e “figa” per un bambino di meno di 10 anni. In seguito è diventata libertà di movimenti più lunghi nel silenzio; per chi ha sempre avuto dimestichezza come me con i mezzi a motore, il silenzio di una buona ruota libera e mozzi ben lubrificati in discesa oppure lanciati in pianura è un balsamo per l’anima. In viaggi più lunghi è conquista contro se stessi: rubi a te dei pezzi di pigrizia o di inconsapevolezza e, una volta conquistati, quei territori interiori sono i tuoi. Dunque sì, la bici è anche mezzo di conquista, un assolutamente pacifico mezzo di conquista. E’ diventata la possibilità di esprimermi quando ho iniziato a fare telai e a verniciarli. Adesso è soprattutto questo: la risposta alla mia voglia di espressione libera, sempre però subordinata alla funzionalità; quando il proprietario di un telaio fatto da me corre o fa viaggio oppure va al lavoro in bici, ecco lì davvero si realizza la mia opera. Lì davvero sono appagato.

Che formazione hai?
La mia formazione? Naturalmente classica (ride), basta vedere i miei telai… No, a parte gli scherzi, la mia formazione viene da mio padre, soprattutto per quel che riguarda la bici, con i racconti sul “duello Coppi Bartali” e poi sull’amore delle cose di un tempo: la Lancia Appia che avevamo sotto casa, poi le Lambrette, la 500 restaurata insieme. Per la formazione accademica…Liceo Classico a Sanremo e Università – Filosofia – a Firenze e poi tanto cuore nostalgico.

Tre aggettivi per definirti?
Preciso, volubile, incostante! Dai, uno positivo, uno neutro, uno negativo. 1-x-2.

La tua passione per il ciclismo e la creazione di una bicicletta?
La passione per il ciclismo deriva sempre da mio papà e da quei nomi, Coppi, Bartali, Merckx, Gimondi. Poi anche dalla mia esperienza sportiva da bambino, nelle fila della Ciclistica Arma, due anni fondamentali per capire che la mia pigrizia mal si sposava con uno sport come il ciclismo. La bici (che per me è la bicicletta da corsa) non l’ho mai abbandonata però, anche semplicemente come mezzo per misurarmi con me stesso… o per sfogare malumori e inquietudini o semplicemente per pensare fuori dai condizionamenti inevitabili della quotidianità.
Discorso diverso per la voglia di iniziare a capire qualcosa sulla costruzione di un telaio. La mia Colnago da corsa in acciaio dei primi anni ’90, regalatami da un caro amico, Paolo, mi ha sempre appassionato, per il suo telaio in acciaio a congiunzioni, con diametri dei tubi tradizionali (“sottili” come dicono tutti). Di qui la curiosità di capire come fossero effettivamente tenuti insieme quegli 8 tubi. Poi la ricerca su internet di qualcuno che potesse trasmettermi delle nozioni e alla fine l’incontro fondamentale con Dario Pegoretti (purtroppo recentemente scomparso  il 23 Agosto): uomo straordinario e telaista di fama mondiale, più conosciuto e amato all’estero che qui in patria. Lui, che si è dimostrato da subito più un amico che un insegnante, mi ha trasmesso quel pochissimo che so sulla costruzione di un telaio di biciclette in acciaio. E’ stato la persona che mi ha guidato in una piccola svolta personale.

E del recupero delle bici “antiche” che ne pensi?
Recupero delle bici del passato? Un lavoro bellissimo che però ho abbandonato subito: preferisco creare.

La bicicletta farà parte del futuro della mobilità?
La bicicletta farà parte del futuro come lo ha fatto del passato e come lo fa del presente, ma se possa essere una soluzione a problemi di mobilità e inquinamento… in Italia sicuramente no o non a breve. Basta vedere le nuovissime generazioni: probabilmente se potessero volare sopra ad un tablet o ad uno smartphone sarebbero pronte… in bici? Dubito, dipende dai valori che famiglie quasi inesistenti e scuole quasi inesistenti trasmettono loro.. Dunque sono assolutamente pessimista in merito.

Cosa produci?
Beh non produco, perché un processo produttivo rimanda ad una dinamica di fabbrica e di produzione in serie di un oggetto ovvero la cosa più lontana da ciò che esce dalla mia “cava” nel cuore di Firenze. Ogni telaio è pensato, amato, sofferto. Scelgo la serie di tubi più adatta all’uso che il telaio dovrà fare nella sua vita e al suo proprietario, all’interno della serie scelgo i singoli tubi uno ad uno… un po’ a sensazione… dopo il progetto inizia così un lungo lavoro di limatura e sgolatura di tubi e congiunzioni e forcellini… poi la brasatura ad ottone e poi, dopo ore di pulizia e limatura, inizia un altro lavoro che è la verniciatura, che tra fondi antiruggine, vari colori e trasparente finitura finale comprende almeno 7 mani di verniciatura. Comunque cosa esce dalla mia “cava”? Telai e forcelle di biciclette da corsa sport, Gravel, Pista, Touring… Tutti con un sapore molto retrò oppure come si dice ora “vintage”.

La più bella che hai creato fino ad ora?
Sarei tentato di dire la AMY, il mio modello da Pista, per la pulizia delle linee classiche evidenziata dalla semplicità di un montaggio da pista, ovvero due ruote ed un manubrio con due corone per la trasmissione… ma sono costretto a dire che la più bella sarà la prossima!

Alessandro ha ovviamente un contatto Facebook per la sua cicloofficina: https://www.facebook.com/Ciclostile-Fanchiotti-165778017337284/

E io una bici me la sono fatta fare da lui, la bici con la quale faccio ciclocross…

Published inCiclofficine e artigianiCiclointerviste

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